domenica 8 gennaio 2012

Istantanee dalla presentazione di Lu



Chi c’era ha scoperto un libro dentro il libro. Non è volata una mosca per un’ora intera, nella sala del consiglio comunale. E se anche fosse volata, si sarebbe posata sulle bocche aperte dei partecipanti, incantate all’ascolto di Leo Rota e dei suoi voli di parole, fatte cadere a picco e poi repentinamente sollevate sui miei due racconti. Collegando le storie di Tino e di Alfio a ricordi personali, tagli di vissuto, sprazzi di anni Settanta e di contemporaneità, di città e di campagna, di brigatismo e di vita agreste, Leo ha saputo far vibrare appena le corde di “Canto per due stagioni” senza però sollevare alcuna melodia precisa, solo accennando qua e là, come un pianista che ripassa lo strumento, quel tanto che basta per incuriosire ad ascoltare la sinfonia intera.

Per me è stato come riscrivere quelle storie una seconda volta, o leggerle per la prima volta. Questa è la sorte inesorabile e mirabile di ogni storia, che non è mai unica, ma può diventare due, dieci, cento storie diverse, secondo quante sono le anime e gli occhi dei lettori che di quelle storie si impossessano. Nessuna storia è proprietà esclusiva di un autore, appartiene a chi la legge e la fa sua.

La sera della presentazione, coricato nel letto, guardando i miei bagagli di nuovo pronti per partire, mi sono venute in mente le parole di Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.” Mai come allora, queste parole me le sono sentite nella pancia. Grazie a Leo, grazie a tutti quelli che c’erano e a quelli che non c’erano.


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