Chi c’era ha scoperto un libro dentro il libro. Non è volata una mosca per un’ora intera, nella sala del consiglio comunale. E se anche fosse volata, si sarebbe posata sulle bocche aperte dei partecipanti, incantate all’ascolto di Leo Rota e dei suoi voli di parole, fatte cadere a picco e poi repentinamente sollevate sui miei due racconti. Collegando le storie di Tino e di Alfio a ricordi personali, tagli di vissuto, sprazzi di anni Settanta e di contemporaneità, di città e di campagna, di brigatismo e di vita agreste, Leo ha saputo far vibrare appena le corde di “Canto per due stagioni” senza però sollevare alcuna melodia precisa, solo accennando qua e là, come un pianista che ripassa lo strumento, quel tanto che basta per incuriosire ad ascoltare la sinfonia intera.
Per me è stato come riscrivere quelle storie una seconda volta, o leggerle per la prima volta. Questa è la sorte inesorabile e mirabile di ogni storia, che non è mai unica, ma può diventare due, dieci, cento storie diverse, secondo quante sono le anime e gli occhi dei lettori che di quelle storie si impossessano. Nessuna storia è proprietà esclusiva di un autore, appartiene a chi la legge e la fa sua.

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